Ci ete sta maestra,
risponde lu Garzia
mandatila dha fore,
vascia coja cignu e lissia
oilà oilà oilà vota ca gira la tabacca’
In questa frase la maestra (la mescia) , colei che vigila sulle altre donne è invitata come in altre frasi, a lasciare lo spazio lavorativo per andare a raccogliere simbolicamente “cenere” e “sapone”. Ed è questo il significato delle due parole.
Cignu probabilmente sta per cenere (cinnere) è la cenere d’ulivo o di legna dura selezionata e impiegata per preparare il ranno (il detergente naturale di cenere per il bucato). Indica la cenere finemente lavorata o la caldaia/calderone in cui la cenere e l’acqua calda venivano preparate per la sbiancatura dei panni.
Lissia è la traduzione letteraria di Lisciva o Liscivia. Si tratta di una soluzione di acqua bollente e cenere due elementi facilmente reperibili anche in passato. Veniva usata soprattutto per lavare e sbiancare i tessuti, ma anche per tutte le altre pulizie casalinghe e, se molto diluita, anche per la pulizia di tutto il corpo, perché detergente, sgrassante e disinfettante.

Immagine di donna intenta alla preparazione del bucato (Fonte : Associazione Pro Loco di Galatone )
Il procedimento tradizionale per la pulizia degli indumenti nel Salento si basava sull’impiego di due strumenti principali: il cofanu (un limbone di creta) e lu ceneraturu.
Il cofanu era un recipiente in terracotta di forma tronco-conica rovesciata, dotato sul fondo di un foro ermeticamente chiuso da un tappo di sughero. Al suo interno venivano inseriti i panni sporchi asciutti, prevalentemente capi di biancheria e cotone.
Nelle case non c’era l’acqua e quindi occorreva provvedere a fare una grande provvista dalle fontane pubbliche riempendo tutti i recipienti possibili esistenti: minzani , limme, tine ecc.
Una volta riempito il recipiente, sulla sua imboccatura veniva sistemato lu ceneraturu, un panno doppio contenente la cenere del camino. Successivamente si versava sopra l’acqua calda che, filtrando attraverso la cenere, ne estraeva il potassio, un disinfettante naturale, per poi depositarsi sul bucato sottostante.
Trascorse 24 ore, si rimuoveva il tappo inferiore per far defluire il liquido ottenuto, denominato lissia, per poi procedere al risciacquo e alla stenditura del bucato al sole.
L’acqua di scarico, trattandosi di acqua disinfettata, non veniva gettata, ma riutilizzata per la detersione dei capelli e il lavaggio degli indumenti colorati.
L’intero processo richiedeva diverse giornate, comprendendo il reperimento dell’acqua (in assenza di acquedotto), l’accensione del fuoco per l’ebollizione, il raffreddamento della cenere e l’effettiva fase di lavaggio. Per gli abiti d’uso quotidiano, il metodo tradizionale prevedeva invece un’operazione più rapida tramite acqua, sapone e stricaturu.
Commenti